Silvestra Pittalis
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Un
angolo di cielo
Neddu si muove con indolenza, vagando con il corpo e divagando con la mente, tra
la gente che entra ed esce dai locali. Osserva gli altri, fissandoli negli
occhi, nell'ultima notte della sua vita; "Cosa vedono di me? Un piccolo uomo,
magro, alcolizzato, che si esprime spesso con espressioni dialettali.
Poi c’è quello che non sanno. Ancora oggi, quando parlo, la voce è cadenzata,
bene impostata, le frasi, seppur brevi, sono corrette. Si, la voce mi si spezza
se tento un periodo un po' lungo, faccio delle pause penose, trascino le vocali
alla fine delle parole ma loro non sanno, per esempio, che mi piace camminare
per il paese col sole e la pioggia, che è l'unico modo che mi resta per sentirmi
uno: corpo, mente e sensazioni, non sanno che amo scrivere di notte, che amo
l’arte e che tutto si muove perché Dio”lascia fluire la vita.
Anni dopo l'incidente che lo ha tenuto per mesi in ospedale e che lo ha privato
del lavoro, Neddu assapora sia il forte vento che d'inverno spazza le nuvole sia
il tepore del sole sulla faccia, scompare corpo e anima nella nebbia della sera,
vaga di notte nella periferia del PAESE, si trova bene nelle fumose birrerie
colme di giovani, vi ascolta con trasporto ogni tipo di musica.
Ogni tanto, come oggi, sogna di perdere le ultime sembianze umane e i documenti,
spera che un incendio all'anagrafe distrugga ogni prova che lui è vivo. Il fuoco
gli piace. Da bambino trascorreva i pomeriggi estivi con la lente
d'ingrandimento in mano, cercando di incendiare i mucchietti di foglie che
metteva insieme nel suo cortile.
Questa sera Neddu cammina per via principale, ricorda il sapore del miele, le
gite a cercare funghi, quel “fiumiciattolo” in TROGU dove si era tagliato un
piede su un barattolo arrugginito... Fotografie che lui ha scattato e rivisto
molte volte, finché non si sono sostituite ai ricordi. Neddu si stringe nelle
spalle, dentro al pesante cappotto di lana grigia.
E' brutto, non poter più essere certo neanche dei propri ricordi, pensa. Eppure,
un tempo non lontano era stato sicuro di molte cose non dover giudicare la vita
degli altri, perché ciascuno conosce il proprio dolore, amare senza
ricompensa.....
Starnutisce più volte. Incrocia una bella donna avvolta in un giubbotto nero.
Cerca di incontrare il suo sguardo, ma è solo un riflesso di romanticismo
giovanile.
Non è mai accaduto che lo sguardo delle donne si soffermasse nel suo, come lui
avrebbe desiderato.
Dall'incontro di uno sguardo, quando è avvenuto, non era mai nato nulla.
Letteratura, poesia, pittura, desiderio folle... ma la realtà era un'altra cosa.
La donna passa oltre, lo sguardo fisso ostinatamente in avanti.
Certe volte il desiderio sessuale e di tenerezza tornano e lo mettono
sottosopra, ma è raro che avvenga. Un tempo, invece, il giovane laureato entrava
e usciva dagli uffici lasciandosi dietro un alone di desiderio che impregnava le
stanze affollate. Ancora prima, lo studente universitario aveva vissuto di
passioni fisiche intense, sopra le righe. La sua vita è stata uno smottamento
continuo. L'apice l'ha forse raggiunto verso i 30 anni, poi è cominciato il
declino.
La lontananza dagli altri l'ha sempre avvertita, ma il distacco vero e proprio
era avvenuto più tardi. Solo, sempre più solo con se stesso. Più stava con se
stesso, meno attività produceva. Poi, un giorno, dopo l'incidente, ne ha preso
coscienza: non sarebbe più cambiato, solo peggiorato. “E i miracoli?.....
"Cosa ho ancora da perdere? La casa, mia moglie, quattro chiacchiere col
barista, poco di cui mi importi davvero. Questa è la vita a cui non bisogna per
nessuna ragione rinunciare? Si, non un concetto astratto, un ideale, un
archetipo, un comandamento, un dono dal cielo, no”.
La vita non è astrazione, è realtà del singolo. E la mia realtà è solo questa".
Neddu cominciò a bere troppo. Perse casa, moglie e barista. Da ubriaco poteva
indugiare urlando per le stradine della periferia, farsi assistere dai volontari
. farsi compatire e rassicurare dagli angeli notturni che prendevano quelli come
lui e li portavano al dormitorio pubblico. Qui poteva sentirsi superiore agli
altri derelitti, con il peso dei propri ragionamenti, il ricco vocabolario di
cui disponeva. Ma continuava ad aver paura, e si vergognava del vittorioso
confronto con gli altri disgraziati.
Le storie balbettate o sussurrate che riempivano il dormitorio avevano il sapore
acre del piscio mischiato al sapore letterario della cicuta di Socrate. E
qualcosa di più. Il dolore altrui. Neddu lo rimuginava e interiorizzava quando
le luci si spegnevano.
Nel buio le storie degli altri vivevano, immagini prendevano a scorrere,
lentamente, fotografie scattate su volti antichi, che ormai non appartenevano
più ai narratori. Luci isolate, a volte colori, anche musica, le immagini
colpivano nel profondo, implementando la vergogna di Neddu.
Si era lasciato andare, ma gli altri ne avevano avuto più diritto, le loro
disgrazie erano più gravi, le loro menti più deboli. Vergogna, per non saper
reagire, vergogna e paura che si amalgamavano rincorrendo la frase di Hemingway
"una pagina non è bella o brutta, può solo essere vissuta", anche una vita….
Anche una vita...
Accasciato, esausto sul lettino di ferro del dormitorio aveva, a volte, delle
allucinazioni la sua anima imputridita e soffocata dalla materialità lo
abbandonava per librarsi in volo, diveniva un fantasma di grigia e rarefatta
luminosità, di una sostanza quasi materica.
Si fermava lì alle soglie del buio, e dal soffitto scrostato si voltava a
guardarlo. E lui percepiva il dolore, lo strazio di lei e la tristezza per ciò
che era diventato, e finalmente sentiva l'agonia del distacco dalla parte più
nobile di sé.
Poi l'anima scompariva con un tremito attraverso il muro, lasciandolo solo e
smarrito. Si svegliava urlando, nel buio, con brividi di freddo e sudore sul
corpo denutrito a prescindere dalla stagione, quel freddo non lo lasciava per
giorni.
Il freddo l'ha già provato, anche prima dell'incidente, prima di perdere ciò che
amava. E' la paura del mondo. Rannicchiato sotto le coperte, spaventato dal
freddo al di fuori, ha cercato nell'oscurità fisica delle stanze, dietro imposte
serrate, la salvezza e il calore. Un tentativo di fuggire dalle proprie
percezioni, fuggire nel buio del dormiveglia, fuggire nella coscienza
sonnacchiosa. Solo, sempre di più.. Trasalire per ogni frase, uno scherzo
innocente basta a terrorizzarlo per ore, il petto gli si lacera dall'interno,
un’esplosione, nella quale la materia di cui è fatta la coscienza rattrappisce
in se stessa sino a scomparire, lasciando il freddo, il freddo vuoto della
coscienza che lo abbandona. Solo, davvero solo......
Non ricorda che altri lo hanno amato. Capisce solo il proprio terrore, degli
altri, di tutti, e si nasconde. Quando, a tratti, si riprende, e allora torna a
sognare un vecchio sogno: trovare un maestro di vita. E' un ideale che ha costruito con brandelli di esperienza, lampi di fantasia, il
desiderio di essere diverso.
Un mistico, che gli insegni a essere migliore. Un'alimentazione sana, che lo
faccia ingrassare, che lo rinforzi, che lo faccia sentire meglio. Un'istruzione
filosofica, per essere in pace con la coscienza e con l'azione quotidiana.
Un'istruzione fisica, per scoprire i poteri del suo corpo. Un'istruzione
mentale, che lo porti a capire di più, a rielaborare creativamente le nozioni, a
essere più intelligente. Un'istruzione spirituale, che lo porti vicino alla
natura delle cose, alla creazione e al Creatore.
Negli anni ha amato un Maestro, Gesù Cristo per il quale ha potuto provare
ammirazione, ha potuto pregarlo perché più manifestamente superiore a lui in
tutto. Pensarci adesso lo fa soffrire, perché significa capire che conserva
delle speranze per il proprio futuro... Nonostante tutto. Quando esce per
strada, l'ultima notte della sua vita, non si accorge dei ragazzi che lo
“seguono”.
Quando, un tremore antico sale dal ventre al suo cuore impaurito, e, poi più su
verso l’inferno delle caverne inesplorate della mente... Cadere proprio quando
il Cielo rivela un orizzonte ancora vago, indifferente al tutto e al niente,
sognando di correggere una vita ancora scritta in brutta copia, prima che il
“Maestro Interiore” raccolga i frutti dolorosi dell’eterna memoria,
ostacolo...Tormento gelido desiderare, per trasformare in anima pulsante una
vita prossima al Cielo... Dopo pensare al mondo come ad un sacco in cui gettare
senza alcun rimpianto dolori immensi e piccole ferite perchè si fondano con il
calore dimenticato delle stelle, nel “cuore” delle pietre dove una volta era
scolpita la Legge dell’uomo.
L’affanno opprime il petto, ansioso di trovare, almeno in quel momento il
battito leggero del respiro di Dio: il Cielo. Sensazioni magiche catturano
l’anima. Siamo fatti di terra e acqua, ma è il “Vento” che ci muove, ci
accompagna al suolo del Paese ... Sopra lui è il Cielo.
Il
nostro mondo è la terra, le meraviglie che vediamo non sono di qui....Sono
riflessi di Cielo che si specchiano in noi e svelano il Mondo Superiore.
In qualche angolo di cielo Neddu avrà una casa dove scomparirà il senso del vago
e vile vivere.
Silvestra Pittalis 1999
Pubblicato in
"Profumo di elicriso" (04/01/2000)

Goccia...
Sul fondo di un bicchiere una traccia rosso porpora attira l’attenzione come un
dolce rubino, del quale non si può fare a meno di desiderare di
appropriarsene...
Chantal
alza il viso al cielo, per far scendere il desiderato ad incontrare le sue
labbra, ma riabbassava il bicchiere, e lo sguardo in esso, finiva poi per farsi
la solita domanda: perché la traccia è ancora lì?
Il solo modo per ottenere che la goccia arrivasse a rinfrescarle labbra, arse
dal medesimo rubino, era quello di versare altro vino in modo da confonderla nel
liquido che l’aveva generata, ma poi un’ennesima traccia si formava sul fondo
dello stesso bicchiere, così Chantal continuava e ciò la divertiva, rideva
ballava, era giuliva come una bambina ma poi finiva sempre a piangere sulla sua
ultima traccia nel fondo della bottiglia.
Era questa la solita conclusione del suo gioco… Il gioco di far passare la vita
con il vino, e Chantal era sempre l’inevitabile perdente, perché la vita era lì,
come la sua sospirata traccia, e lei lo sapeva, ma la vita non era come la
sognava lei, le sfuggiva via, Chantal era ormai troppo lenta e non l’avrebbe
potuta raggiungere, quella vita, mai come non avrebbe mai potuto raggiungere il
fondo della bottiglia, dove giaceva la sua traccia a schernire le copiose
lacrime, di bambina infelice.
Non giungeva alla rassegnazione, fece giocare la vita con il vino, beveva e
creava attorno a se un mondo bellissimo fatto d’impressioni che si ampliavano
con l’ebbrezza e il delirio che le provocava l’alcool.
Chantal era
una donna felice, falsamente felice e il sapore del vino, addolciva la realtà di
una vita più dura, che ormai non l’accettava più, non l’aspettava, e nella quale
lei non aveva nessuna importanza; nessuno dei quali faceva parte della sua
sciocca esistenza, ricordavano che lei esisteva nella loro, era, dunque, sola e
ad alcuno importava se lei era in una stanza a bere o in un prato a passeggiare.
Così continuava il gioco dolce, come una fresca e tenera carezza che le scendeva
nella gola per perdersi nei sensi, sempre più intorpiditi, e i movimenti le
divenivano leggeri, delicati, gli occhi vedevano meglio, i colori erano più
intensi e tutto aveva un solo e dolce familiare-profumo.
Il suo gioco era la sua trappola, la sua vita era il suo gioco e giocando smise
di giocare, volando smise di volare, vivendo la sua unica vita smise di vivere,
lei era il vento e nel vento ha volato giocando la sua vita, ma un sorriso le
rimase sulle labbra del colore del suo rubino, unico compagno, amico e amante,
dolce elisir di vita falsamente felice, quel sorriso è rimasto nel vento perché
Chantal è il vento... Adesso lei è il vento.
E lei non voleva legami, non le interessava una vita normale, scandita da
lavoro, casa, famiglia. Dalla vita voleva di più, emozioni e sensazioni sempre
nuove, libertà di essere se stessa, sempre…
Era quasi impazzita, quella mattina, disorientata dal suo comportamento,
mantenendosi sempre su un piano poetico che la coinvolgeva...
Conduceva il gioco su un terreno sempre più concreto, eccitata dal pensiero di
avere a che fare con il sogno …
Il gioco si concluse... Una lama sottile le trapassò il cuore…
Silvestra Pittalis
1998
Ali di
vetro
Lucia sedeva su
un grosso tronco caduto di un imponente albero secolare, che ora contribuiva con
parte della sua corteccia al sostentamento della giovane erba. L'albero non era
morto, poiché alcune radici, sfuggite al triste destino delle compagne, ancora
erano tuffate nella profondità del terreno, e ne traevano nutrimento per la
folta chioma verde che ancora viveva.
Sui rametti più
alti, alcuni passeri cantavano, forse chiamando gli amici ad osservare quella
piccola donna curva su dei fogli di carta, intenta ad annotarvi pensieri e
sensazioni correnti. Da lontano si sentivano i rumori degli animali, nei loro
recinti, nel pieno di animate conversazioni e discussioni.
Lucia voleva
scrivere, voleva seguire le orme di un antico antenato. Lui aveva saputo pensare
con l'inchiostro, Lucia voleva fare altrettanto. O almeno provarci.
Il caso ha
voluto, nonostante tutto, che arrivasse a ottantatre anni, a possedere una casa
e tanta voglia di ricominciare…
La sua infanzia
era sempre li, anche attraverso il freddo linguaggio del suo corpo. Lucia sedeva
con le gambe incrociate, non chiede riguardi e considerazione, è semplicemente
autentica…..
Come un sogno
che attende la notte per destarsi. Come un’anima inquieta che ad un buio
comando si mette in cammino comincia a scrivere: ” Lei sapeva com’ero, quando mi
chiamava nella penombra, restava immobile appena dietro la porta chiusa,
ripeteva vieni bambina...E rimanevo lì senza parlare, con il cuore che batteva
all’impazzata, senza riuscire più nemmeno a immaginare.
Poche idee
affilate come armi, con cui trivellavo il silenzio. Un domani avrei avuto un
cuore di piombo e ali di cemento.
Pensieri
automatici e poco convincenti, tuttavia, mi costringevano alle lacrime, o a
ridere in modo innaturale, a singhiozzi, per confondere il pallore del mio
volto, la pelle trasparente delle mani, la debolezza della loro presa”. Gli
occhi di Lucia erano sempre intenti al futuro, a qualche meta lontana, che non
vedeva le bellezze che la circondavano, ed era così abituata a vivere nella sua
immaginazione ed anticipazione degli eventi che perdeva molto del suo potere di
vivere. La maggior parte delle persone pensa che la miglior cosa sia vivere in
qualsiasi altro luogo che non sia qui ed ora……
Per
dimenticare. Lucia continuava a scrivere: ”Vedrai supererai questo piccolo
problema, nessuno saprà mai niente, e nell’altrui ambiguità della mia infanzia,
di intelligenze antiche è rimasto quel ricordo al centro dei miei silenzi. Era
troppo. Non mi rimase che fuggire. Correvo senza paura da sembrare veramente
folle, risalendo a zig zag la strada verso casa per allontanarmi da
quell'orribile posto, volevo raggiungere l’arcobaleno”.
Lucia ora è
trasportata dall’intensità delle cose che incantano….Spazio enorme in cui
perdersi, ha tentato di dare una forma a ciò che sembrava inutile, scrive e
scrive fino a rischiare l’assoluta banalità. Entra in casa. La vista dalla
finestra è aperta su buona parte dell'orizzonte, in quel tipo d’atmosfera tersa
che la infastidisce nei momenti di difficoltà visiva che si spande in modo
progressivo e inarrestabile, fino a divenire una specie di nebbia compatta.
Fissa senza emozione l'immane polverone che avvolge ogni cosa, sostituisce
l'aria stessa, e compone icone in frenetica e multipla sovrapposizione. Sente
solo un leggero e consueto fruscio venuto dai meandri del suo inconscio
infantile, è appena percettibile, forse le è stato concesso un altro giorno di
riflessione.
“Viene, eccolo
ancora, è il mio angelo scuro, è l'angelo che torna imbronciato, che reca a
stento un'altra sentenza di morte, l'indizio di un male particolare, l'ultima
conferma di un'incapacità di una paralisi che solo a me appartiene….Dunque
viene, si muove con le sue nere ali.
Il mio angelo
scuro, il mio angelo così poco sovrannaturale, le sue sentenze su fragili
infanzie, confuse come filo imbrogliato, come se non serbasse memoria,
nell'indice che punta fino a tremare. “Vieni, sediamoci” e io tremo davanti a
quell’angelo rimasto incompiuto……un torpore improvviso, quello dei bambini colti
anzitempo e messi in una cantina a maturare bui.
Restavo
smarrita perché non prevedevo animali rinserrati in visi mansueti e trovati,
talvolta cercati in altri mille volti…. e aspettarlo ogni mattina sperando che
non aprisse la porta.
Ha sconvolto la
mia anima profondamente, ha spinto dentro di me una forza sconosciuta e io ho
creduto negli angeli che dormono nelle caverne scure che di giorno escono e
trovano in una parte del mondo l’innocenza di una bambina fino a farle indossare
un abito che non le appartiene.
Al di fuori del
corpo vago, ho assaporato inconsciamente le sensazioni della mia vita. Un
giorno decisi di non indossare nessun abito, accettando la sfida di chi vuol
essere se stessa ad ogni costo, con la mia sola pelle scesi in strada…..senza
maschera. Un sorriso ottimista e passi leggeri guidavano il mio cammino, senza
paura, ma in ogni caso senza arroganza, andavo coraggiosamente: ecco, guardate
tutti come sono, chi sono!
Come in un
sogno che pian piano si trasforma in incubo, i miei passi cominciarono ad
appesantirsi. Pioggia, venti ora freddi ora caldi e, con essi, mi arrivava
addosso di tutto. Cercando invano riparo con le mani, mi accorsi che, come tutto
il corpo, erano segnate da ferite e tagli profondi.…. scoperta! Mi avevano
scoperta! Mi resi conto.
Così, mentre
vagavo, di ciò che mi arrivava addosso cercai di afferrare tutto quello che mi
poteva servire per coprirmi, e disperatamente cominciai ad indossare dei
brandelli di vesti anche se lacerate e sporche dal tempo... ... poi ad un tratto
la vidi là……..Presente!
“Lasciate
stare la povera torre precipitata, non disperdetene i resti in questo modo,
smettetela! Risparmiate la storia di mille anni, i pezzetti delle vostre
rappresentazioni, gli echi dei passi e le tenui ombre delle vostre false
memorie, i bambini diventano adulti e si ricordano di essere stati bambini!”
implora Lucia ad alta voce.
Ho messo a
fuoco col mio sguardo un minuscolo punto nella mente che si è rapidamente
oscurato, per poi sentire la maledizione secolare collimare in attimi
irripetibili, con precisione sovrumana:” tu sei colpevole”.
Mi sprofondo
nella nebbia
della sera
che ha il
sapore
come di mille
e mille ferite
che danno
il tanfo della
morte
che ci attende
sul fondo
Quelle radici
sono insostituibili e nella capacità ormai opaca che mi rimane, nel ricordare
quella bambina che volle raggiungere l’arcobaleno, ritrovo come in uno specchio
macchiato dal tempo un’eco.... Velata malinconia.
La vita ora è
l’ombra lunga del passato…. Lei possiede il senso del tempo, possiede ancora un
soffio di vita, piange sola su quella strada, tutti la vedono ma nessuno la
saluta. Pensa: ”Ho visto anche il mare nella mia isola”. Il vento sferza sui
capelli bianchi e le labbra arse dal tempo si schiudono in una preghiera stanca.
Silvestra
Pittalis 2000
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